Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle
che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno
di uno sbadiglio un sorriso.....

Pablo Neruda





mercoledì 5 gennaio 2011



Mohammad Reza Pahlavi in persiano: محمد رضا پهلوی‎ - in italiano spesso traslitterato Reza Pahlevi (Teheran, 26 ottobre 1919 – Il Cairo, 27 luglio 1980) è stato l'ultimo Scià dell'Iran; ha regnato tra il 1941 e il 1979.

Figlio di Reza Pahlavi, divenuto Scià nel 1925. Uomo forte della Persia dal 1921 in seguito a un colpo di Stato, Reza Khan divenne Primo Ministro nel 1923 e nel 1925 salí infine sul Trono del Pavone con il nome di Reza Pahlavi. Mohammad Reza nacque nel 1919. Suo padre, una volta diventato Monarca assoluto, operò una feroce repressione nei confronti dei gruppi religiosi e della sinistra o democratici, terminata con la condanna a morte dei loro principali esponenti.

Nel 1941 Stalin e Churchill, preoccupati dalle relazioni amichevoli della nazione con la Germania Nazista, si misero d'accordo per invadere l'Iran, cosa che avvenne nell'agosto dello stesso anno, e costrinsero all'esilio Reza Pahlavi. Secondo molti autori, il timore dell'influenza nazista fu solo un pretesto e l'Iran fu occupato dagli anglo-sovietici per permettere il trasferimento di materiale bellico all'Unione Sovietica, allora sotto attacco nazista, lungo il cosiddetto "corridoio persiano". Dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti la gestione logistica del corridoio persiano passò agli americani [1]. I britannici mantennero il controllo delle risorse petrolifere.

In assenza di valide alternative gli inglesi permisero a Mohammad Reza di diventare Scià, il 16 settembre 1941, a 22 anni di età. Dopo la Conferenza di Teheran di Stalin, Roosevelt e Churchill del 1943 gli Alleati si impegnarono a sviluppare una monarchia costituzionale. Con la fine dell'alleanza antinazista e lo scoppio della Guerra Fredda gli inglesi consentirono l'involuzione verso un governo di tipo parlamentare sulla carta, ma dittatoriale di fatto. Per Londra era essenziale mantenere il controllo sulle risorse petrolifere persiane. Mohammad Reza partecipò più attivamente all'elaborazione della linea politica del Paese, opponendosi o ostacolando l'attività di alcuni dei Primi Ministri più volitivi e sgraditi a Londra ed eliminando avversari politici. Altra sua preoccupazione fu quella di mantenere l'esercito sotto il controllo della monarchia. Nel 1949, a seguito di un tentativo di assassinio, si ebbe la messa al bando del partito Tudeh (filo-sovietico e ritenuto responsabile dell'attentato) e l'ampliamento dei poteri costituzionali dello Scià. Nonostante la politica filo-britannica del Monarca, in Persia cresceva sempre più l'avversione alla Anglo-Iranian Oil Company, accusata di sfruttare avidamente le risorse naturali del Paese.

Nel 1950 la popolazione ed il Parlamento erano contrari al rinnovo della concessione petrolifera all'AIOC, caldeggiata invece dallo Scià. Il Primo Ministro Generale Ali Razmara che insisteva per il rinnovo fu assassinato nel 1951 da un fanatico religioso. Al suo posto il Parlamento (in persiano Majlis) elesse Primo Ministro Mohammad Mossadeq, il principale oppositore dell'AIOC, che fece immediatamente approvare la nazionalizzazione dell'industria petrolifera con l'attivo sostegno del clero sciita militante, guidato dall'Ayatollah Kashani. La reazione di Londra fu molto dura e provocò la crisi di Abadan. Sul piano interno l'Ambasciata britannica chiese allo Scià di sostituire Mohammad Mossadeq con un Primo Ministro più flessibile. Nel 1952 il Monarca sostituì Mossadeq con Ahmad Qavam, ma il Primo Ministro era assai popolare e scoppiarono proteste di piazza che costrinsero Mohammed Reza a richiamare al Governo Mohammad Mossadeq. Egli entrò in forte contrasto con lo Scià, sia in politica economica sia sulla delicata questione del controllo dell'esercito. il Parlamento accettò la nomina del Ministro della Difesa e capo dell'esercito da parte di Mossadeq contro il volere dello Scià, che tuttavia infine la promulgò senza avvalersi del suo diritto di veto. Mohammad Reza Pahlavi entrò sempre più in rotta di collisione col suo Primo ministro, che nel 1952 aveva espulso l'Ambasciata britannica, accusata di ingerenza negli affari interni. Nel 1953 Mossadeq costrinse lo Scià a lasciare il paese e molti temettero che volesse proclamare la Repubblica. Mentre Mohammad Reza era in esilio a Roma, ci fu a Teheran un contro-colpo di Stato militare, sostenuto dal clero sciita e con l'appoggio dalla CIA e dal SIS britannico. Il Primo Ministro fu rovesciato e Mohammed Reza tornò trionfalmente in Iran [2]. Agenti CIA assoldarono plebaglia di Teheran che, inneggiando allo Shah, entrò nella capitale. L'esercito, già largamente contro Mossadeq, si schierò con gli insorti eliminando i pochi reparti fedeli al governo legittimo

Rientrato a Teheran, lo Scià sospese di fatto le garanzie costituzionali e assunse i pieni poteri. Mohammed Reza aveva 34 anni ed era padrone incontrastato della Persia e riprese la politica di modernizzazione forzata del Paese che era stata del padre. Nonostante la ricchezza petrolifera, la modernizzazione e lo sviluppo economico a tappe forzate provocarono forti squilibri sociali e malcontento, mentre l'opposizione non rinunciava a contrastare il suo assolutismo. Mohammed Reza Pahlavi quindi attuò una forte repressione, in particolare contro i gruppi religiosi che si erano opposti alla sua riforma agraria e sociale (la cosiddetta "Rivoluzione bianca") che aveva espropriato molti beni di manomorta, controllati dalle gerarchie religiose, e che aveva introdotto un certo numero di riforme laiche. Contro il clero militante furono messe in atto torture e numerosi esponenti religiosi furono uccisi o costretti all'esilio. Nel 1963 l'Ayatollah Khomeini (1900-1989) organizzò una congiura contro la Scià ma essa fu scoperta e Mohammad Reza Pahlavi, con un gesto di insolita generosità, decretò il solo esilio per Khomeini.

Negli anni '70 molti studenti iraniani inviati a perfezionarsi in Europa parteciparono alle rivolte studentesche del '68 e degli anni seguenti, chiedendo delle riforme democratiche anche per il loro Paese, ma scontrandosi con una dura repressione che contribuì ad alienare le simpatie della borghesia per il regime

Nel 1939 Mohammad Reza Pahlavi sposò Fawzia, sorella di Faruq I d'Egitto, da cui divorziò dieci anni dopo. Nel 1951 sposò in seconde nozze Soraya Esfandiary Bakhtiari la quale non riuscì però a dargli un erede al trono, per questo venne ripudiata con dolore, ricevendo ricche prebende dal successivo divorzio. Quindi, dopo questo matrimonio, lo Scià Reza sposò il 21 dicembre del 1959 Farah Diba, che gli dette due figli e due figlie.

Mohammad Reza Pahlavi attuò una politica economica estremamente favorevole agli Stati Uniti e all'occidente, permettendo alle multinazionali di sfruttare le risorse del Paese. Al contempo lo Scià avviava il programma "Grande Civiltà", che, nelle intenzioni originarie, avrebbe dovuto condurre l'Iran ad un livello di sviluppo economico e sociale paragonabile a quello dei Paesi occidentali attraverso l'investimento degli enormi proventi petroliferi. Di fatto il progetto fu un fallimento su tutti i fronti, in quanto i proventi petroliferi venivano in buona parte incamerati dall'entourage di corte e dalla famiglia imperiale; la parte rimanente delle entrate dell'Iran venne investita perlopiù in infrastrutture militari e apparecchiature belliche costosissime. Vennero, sì, importati materiali, derrate e attrezzature di uso civile dall'estero, ma essendo l'Iran cronicamente privo di infrastrutture e di manodopera specializzata lo Scià fu costretto a importare tecnici e altri lavoratori qualificati (tra i quali un posto di preminenza assoluta occupavano gli addetti alle apparecchiature belliche) dagli USA e dall'Europa. Ancora oggi in Iran sono presenti, in alcune aree, quantità impressionanti di veicoli, materiali e attrezzature, abbandonati vista l'impossibilità di poterli utilizzare concretamente. Lo Scià fu attivo altresì nella sua attività di repressione del dissenso da parte del clero, sebbene pubblicamente partecipasse a funzioni religiose, mantenendo un atteggiamento ambivalente i questo ambito. Numerosi furono i mullah torturati e incarcerati dalla Savak durante il suo regno. Anche la riforma agraria da lui varata, basata sull'esproprio delle proprietà fondiarie delle moschee (derivanti dai cospicui lasciti dei fedeli) si risolse di fatto in un'operazione di accaparramento e distribuzione delle terre migliori ai favoriti di corte (senza dimenticare sè stesso), venendo a creare uno squilibrio economico tra la ristretta cerchia dei beneficiari dello Shah e la grande maggioranza della popolazione. Di fatto l'opposizione, non trovando sbocchi altrove si concentrò nella moschea, l'unica istituzione in qualche misura politica tollerata dal regime al di fuori del Rastakhiz (il partito dello Shah, nel quale tutti dovevano essere regolarmente iscritti).
Numerosi tentativi di assassinio o di colpo di stato furono organizzati, soprattutto da gruppi religiosi islamici, cui lo Scià rispose con una repressione inefficace quanto brutale. Tuttavia, la sua posizione ambivalente nei confronti della religiosità iraniana, della quale era virtualmente anche il capo (incarnando un modello cesaropapistico) lo poneva in difficoltà impedendogli di prendere provvedimenti drastici al fine di evitare lo scontento aperto delle masse popolari.


Si calcola che dal 1953 al 1978 diverse centinaia di migliaia di persone siano state arrestate per reati politici ma meno di 3.000 torturate. L'opposizione esplose a fine 1978: Khomeini riuscì a ritornare in Persia (dopo un lungo esilio nella Città Santa irachena di Najaf) e i soldati passarono dalla sua parte grazie agli accordi con vari generali tra cui il Gen. Fardoust, amico d'infanzia dello Scià e suo confidente, che passò indenne a far parte del nuovo regime con l'incarico di capo della SAVAMA (la nuova SAVAK del regime islamico) e il Gen. Gharabaghi, ultimo Capo di Stato Maggiore della Difesa dell'esercito imperiale (anch'egli poi morto di vecchiaia a Parigi).


Lo Scià fu di fatto vittima della sua stessa debolezza e arroganza, credendo di essere amato dal popolo iraniano al quale, a suo dire, aveva portato prosperità e ricchezza; ma di fatto non si rese mai conto delle precarie condizioni in cui versava il Paese. Ciò fu essenzialmente conseguenza del suo distacco dalla realtà concreta e del suo estraniarsi dal vero Iran, preferendogli gli svaghi e la vita di corte. La scelta di Khomeini d'altronde appare storicamente l'unica possibile, vista la decapitazione delle élite culturali del Paese portatrici di istanze democratiche sistematicamente attuata sotto il regime dello Scià. La classe dirigente religiosa, potendo contare su una capillare presenza sul territorio grazie alle moschee e ai mullah locali, diventava in quest'ottica l'unica scappatoia al regime monarchico.

Va ricordato che lo Scià, negli anni, aveva accresciuto la collaborazione con lo Santa Sede (tanto da farsi nominare cavaliere e difensore della fede cristiana nel mondo[senza fonte]) attirandosi inimicizie negli stati di religione islamica. Nel 1978 iniziarono in Iran una serie di manifestazioni di protesta e scioperi che, a fronte della repressione da parte di Mohammed Reza, continuò a crescere d'ampiezza fino a diventare un movimento rivoluzionario. Verso la fine dell'anno, lo Scià cercò, molto tardivamente, di avviare una politica di dialogo che calmasse la marea di proteste. Era tuttavia troppo tardi e dall'esilio in Francia l'Ayatollah Khomeini, ormai riconosciuto come leader indiscusso della rivoluzione, esigeva solo la sua deposizione. Nel gennaio del 1979, già malato, abbandonò l'Iran per evitare un bagno di sangue tra i suoi sostenitori e i rivoluzionari i quali, preso il potere, provvidero a giustiziare indiscriminatamente tutti coloro che erano appartenuti al regime imperiale, senza veri processi. Il suo esilio terminò in Egitto, l'unico paese che si dichiarò disposto ad accoglierlo. Proprietario di un'immensa fortuna, questa passò in parte al nuovo regime di Teheran e da qui ai nuovi dignitari.

Nonostante la vittoria della Rivoluzione, quando Mohammed Reza si recò negli Stati Uniti, molti a Teheran temettero che l'America stesse tramando qualcosa per farlo tornare come già fatto nel 1953 al tempo di Mohammad Mossadeq. Nel novembre 1979 studenti universitari, influenzati dalle idee di Khomeyni, occuparono allora l'Ambasciata americana e per un anno tennero in ostaggio i 52 statunitensi che costituivano lo staff diplomatico Usa, minacciando di ucciderli se gli Stati Uniti non avessero consegnato lo Scià. A fronte di questa crisi degli ostaggi, Carter e il Congresso si rifiutarono di cedere per rispetto al diritto di asilo che gli era stato concesso per motivi umanitari (lo Scià era malato terminale di cancro e voleva farsi curare a New York).
Dopo oltre un anno sotto sequestro, gli ostaggi furono rilasciati soltanto pochi minuti dopo l'elezione del nuovo presidente americano, Ronald Reagan. Le nuove istituzioni iraniane rappresentarono un'esperienza senza precedenti in tutto il mondo islamico, fu infatti creato un "Consiglio di giurisperiti" cui era affidato ogni potere di veto sulle norme non ritenute in linea con gli assunti dell'Islam sciita (vilāyet-e faqih) che decretò il pieno allineamento del paese alla Sharīʿa islamica sciita, reintroducendo la pena di morte per l'adulterio e la bestemmia e introducendo l'obbligo del velo muliebre.
Mohammad Reza Pahlavi non sopravvisse molto alla sua deposizione: morì infatti l'anno dopo, nel 1980, in Egitto. Lo Scià aveva infatti trovato ospitalità presso Sādāt, dopo che la sua permanenza negli Stati Uniti era stata utilizzata come pretesto per assaltare l'ambasciata americana di Teheran. È sepolto al Cairo, nella moschea di al-Rifāʿī

martedì 4 gennaio 2011


LA RECENSIONE
DI MARIA SERRITIELLO

A SALERNO LE ZAMPOGNE DI ANTONIO DALTROCANTO GIORDANO

Per il terzo anno consecutivo la Rettoria di San Giorgio Martire, chiesa dell’arte, a Salerno, dall’11 al 6 gennaio, è lo scenario barocco della rassegna musicale “Puer natus est nobis” 7 concerti, di ispirazione natalizia, con l’ausilio del Comune di Salerno, Camera di Commercio, Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana, Rotary Salerno A.F. 1949, Banca di Salerno, Enzo Figliolia- fotografo, Progress Television Service e Zeppoleria- S. Teresa.

Tra morbide volute, ori splendenti e stucchi, si sono già esibiti artisti di corali polifoniche, di concerti popolari, di gospel e di zampogne, quelle del gruppo Daltrocanto. Resta da ascoltare il recital di Marino Cogliani e l’Ensemble Malvarosa, il 6 gennaio prossimo. Il concerto che più ha riscosso successo, perché rievocativo della semplice tradizione religiosa e perché testimone di una Italia contadina, generatrice di cultura spontanea e popolare, è stato quello del 23 dicembre, “Seguendo la stella cometa”, con le zampogne Daltrocanto di Antonio Giordano e il suo gruppo: Floriana, Christian, Martino, Paola e Luca. >Antonio Giordano, l’innamorato della zampogna ed attualmente uno dei maggiori suonatori del magico e principale strumento di Natale, l’artista che nell’esecuzioni, ogni volta si commuove, ha creato intorno a sé un affiatato gruppo di amici che ha la felicità di cantare e suonare i tamburi a camice, le castagnette e le ciaramelle.

“Quando ero bambino più che il Natale si aspettava con impazienza la Befana, io con ancora più impazienza aspettavo gli zampognari davanti alla porta” racconta Antonio Giordano, un segno di allora per quello che sarebbe diventato poi. La sua attenzione, come dire, per il buffo strumento non l’ha mai abbandonato e la sua ricerca, ancora oggi, continua. Un tutt’uno, Antonio, corpo, cuore ed anima, con la zampogna, l’antico strumento, il cui nome deriva, probabilmente dal greco “symphonia”, composto da una sacca di accumulo d’aria (otre), realizzato con la pelle di capra o pecora (utricolo) e attraverso un insufflatore (cannetta ) che mette in vibrazione le ance (linguette), il riprodursi del suono, particolare e tanto natalizio . Con la sua esibizione sentimental-religiosa ed il concerto del 23 ne è stata la riprova, Antonio Giordano, oltre a far ascoltare le antiche melodie, ha sfogliato un po’ per i presenti l’antologia della cultura popolare, quella così pregnante di riti e tradizioni, per cui apprendono, i giovani o ripassano, i più avanti nell’età : la vita dei pastori, quella degli zampognari, le novene cantate, la nferta (offerta) e i canti delle processioni dedicate alla Madonna.

“….. C’è qualcosa nelle persone che suonano questa musica e che partecipano a questo stile di vita tradizionale che è notevolmente incantevole.

La zampogna è una finestra sul mondo, una manifestazione fisica di un elemento intangibile, rappresenta lo spirito attraente del popolo sud italiano.

Un popolo che nel passato si confrontava con molte difficoltà, ma che comunque persisteva con un forte entusiasmo per la vita, creando costantemente, impegnandosi sempre….”(dal film “Zampogna:The Soul of Southern Italy” David Marker –film marker Kansas City MO).

E’ vero la zampogna è l’anima del sud, ed Antonio Giordano è l’anima della zampogna, lo strumento che più ci appartiene e che più ci è caro.

Edito dalla stessa “Associazione Daltrocanto”, è in vendita il cd, “Seguendo la stella cometa”come i magi sulla via di Betlemme.

9 pezzi tratti dal repertorio del gruppo “Le Zampogne Daltrocanto”

Maria Serritiello
www.lapilli.eu






lunedì 3 gennaio 2011


BELLA SALERNO

UN DIVERTENTE RAP SALERNITANO PER INIZIARE L'ANNO IN MODO DIVERTENTE


domenica 2 gennaio 2011


L'ANNO CHE INCOMINCIA A SALERNO


















DOLCI DI NATALE

DIVINO AMORE

Il divino amore è un dolce tradizionali napoletano. I suoi ingredienti sono: mandorle dolci sgusciate, zucchero, uova, scorza grattugiata di limone, bustina di vaniglina, canditi misti quali (cedro, cocozzata,e scorzette d’arancia) e marmellata di albicocche

sabato 1 gennaio 2011

Luci d’artista / Artisti in luce




LA RECENSIONE LUCI D'ARTISTA/ ARTISTI IN LUCE
DI MARIA SERRITIELLO

“Artisti in luce”, nella città dalle luci d’Artista più belle d’Italia, in mostra nella chiesa di Santa Apollonia a Salerno, dal 28-12-2010 al 5- 1- 2011. Ad esporre 5 pittori: Laura Bruno, Concetta Carleo, Giorgio Della Monica, Giuseppe Carabetta e Stefano Trapanese. 5 firme, ben note nel campo artistico nazionale ed internazionale, infatti ognuno di essi ha sviluppato un curriculum professionale di grande prestigio e gli estimatori della loro arte lo hanno dimostrato con l’affluenza in massa, nel giorno dell’inaugurazione, il 28 dicembre scorso, alla presenza del primo cittadino Vincenzo De Luca e dell’assessore alle politiche sociali Ermanno Guerra. La serata, per i presenti, è stata allietata, oltre che dai tratti delicati delle cinque maternità degli artisti, che troneggiano la mostra e dai quadri in esposizione, anche dalle voci armoniche del coro, diretto dalla bravissima Prof.ssa Silvana Noschese, nonché dal brindisi festante di tutti i presenti, per il successo della mostra e per uno speciale anno nuovo.



Gli artisti in mostra e i critici che dicono di loro



Laura Bruno. Artista vulcanica , sensibile, arguta e sagace. Laura Bruno, dimostra nelle sue opere il prevalere di momenti “sentimentali” su quelli razionali ed una notevole padronanza del mezzo artistico senza mai trascurare il proprio vissuto, che ritorna nelle sue composizioni e nei suoi ritratti. Indiscutibile la capacità rappresentativa.



Concetta Carleo. La semplicità apparente dell’ambientazione e delle raffigurazioni deriva dalla padronanza della tecnica evidente sia nella visione globale dell’opera che nell’osservazione della ricercatezza accurata dei particolari.



Giorgio Della Monica. L’ artista cattura volti ed immagini con leggerezza e la velocità di una fresca brezza marina, percorre terre arse di sole, o riproduce meste creature lunari. Ma non viola i limiti dei volti, li scruta, li lambisce in un tenero abbraccio senza mai perdere il fluire ritmico del suo percorso.



Giuseppe Carabotta. Decine di quadri segnano appunti di viaggio, lungo un percorso fatto di incontri suggestivi con il mare, la natura, la flora e la fauna che dall’infanzia lo hanno accompagnato, fino all’età matura. Con dolcezza e sensibilità mai banali e lontani dal ritratto di maniera.



Stefano Trapanese. Un mondo denso di stati d’animo lievi ed appassionati, di sentimenti ed emozioni gridati sottovoce, bisbigliati nella tenerezza di colori svanenti, sfiaccolati, bruniti. La tecnica misurata, sorvegliata, frutto di rigoroso esercizio e scuola non crea spareggio con l’empito creativo.



Il sito espositivo: Sant’Apollonia



La piccola ex Chiesa di Sant'Apollonia di Salerno è stata restituita alla fruizione pubblica come sala per attività culturali. L'edificio attuale è composto da un corpo longitudinale su cui si innesta un vano a pianta centrale con cupola a torretta.

Stando agli affreschi tardo manieristici della volta del corpo longitudinale, la cronologia dell'architettura dovrebbe ricadere a cavallo fra il XVI e XVII secolo. Alla stessa datazione potrebbe risalire anche il vano a pianta centrale, la cui forma, nonostante i resti di dipinti barocchi presenta una tipologia caratteristica del rinnovamento controriformistico

Ad un probabile adeguamento settecentesco riconduce il portale di ingresso ad arco schiacciato su volte, che ricorda strettamente quello disegnato da Francesco Solimena per S. Giuseppe de Poveri a Napoli . La sua realizzazione, insieme alla sua struttura in stucco, dell'altare maggiore potrebbe risalire al 1736, data ricordata da una lapide interna per la benedizione di due altari laterali raffiguranti: la Risurrezione, l'Ascensione di Gesù, la Pentecoste, di autori ignoti, mentre la cupoletta è decorata con pitture che in origine dovevano raffigurare il paradiso con teorie di santi, secondo una consuetudine diffusa dopo gli anni settanta del seicento. Di antica origine (XI secolo), la sua intitolazione alla santa protettrice dei denti l'ha resa nel passato molto cara ai salernitani, specie in particolari situazioni di pericolo. Negli ultimi tempi, fu intitolata a S.Martino de la Palma (cioè del martirio), prima di essere definitivamente sconsacrata ed andare in rovina con il terremoto del 1980. Restaurata nel 1994, attualmente è adibita a sala per concerti ed esposizioni artistiche.

La mostra resterà aperta tutti i giorni, fino al 5 gennaio 2011, dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 17 alle ore 21.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu

Teresa Lallo, una donna, al Ridotto di Salerno



LA RECENSIONE:TERESA LALLO
DI MARIA SERRITIELLO


A concludere, la prima tranche della stagione teatrale 2010-2011 “Che Comico”, il 4 ed il 5 dicembre scorso, al teatro “Ridotto” di Salerno, è stata, finalmente, una donna: Teresa Lallo. Di signore con “vis comica”, il genere scarseggia, ma quando ne cattura una, sono di straordinaria bravura, come lo è Teresa Lallo. Il suo spettacolo “Punto e a Capo” è un condensato di battute effervescenti che hanno molto divertito e coinvolto, nelle gag, il pubblico presente. Capelli rossi, viso mobile ed espressivo e la parlata che va dal pugliese di origine al romano di adozione. Il suo monologo scoppiettante si rivolge alle donne, enunciando le nevrosi e i tic maschili. Ad ogni battuta seduce, gli occhi chiari si puntano sullo spettatore di turno e non lo lascia più, fino a sfiancarlo. Che vittoria, per ogni donna in sala, che ha riconosciuto nei difetti degli uomini, elencati con il garbo della comicità di classe, l’uomo che le stava seduto accanto. Uno spettacolo completo di una monologhista di razza, di una donna che riesce ad essere simpatica in eguale misura al genere maschile e a quello femminile. Il monologo di Teresa passa in rassegna fatti, circostanze, tic e manie dell’altro sesso, sovrapponendovi le riflessioni che ognuna delle signore in sala, in cuor suo ha fatto, ma che non ha quasi mai espresso così apertamente. Accade che si sente parlare con naturalezza di vagina, orgasmo e di “quei giorni là”, senza che nessuno dei presenti provi imbarazzo, perché la Lallo, con le sue rotondità mediterranee, rassicura e pacifica ogni desiderio. “Punto e a capo” lo spettacolo rappresentato con successo al Ridotto, dalla bravissima attrice, basa la sua comicità sulla vita, gli uomini, i sogni, quelli realizzati e quelli infranti, senza mollare mai, appunto, tornando sempre a capo e fruttificando le esperienze del passato. Una donna normale, Teresa Lallo, proprio per questo eccezionale, perché nella sua normalità, si riconosce l’unicità.



Cenni biografici



Da donna normale, Teresa Lallo, diventa una comica del tutto speciale. Nasce nella Puglia opulenta ed assolata ma si trasferisce nella capitale, dove vive, senza, però, aver mai abbandonato i contatti con il luogo di origine. L’attrice, ha la solarità e la femminilità dell’appartenenza mediterranea, ma non s’identifica né nello stereotipo della bella- stupida, né in quello della brutta inviperita, Teresa è una donna normale , di quelle che normali non sono, perché sanno farsi amare e odiare nello stesso tempo, per quello che ti danno ma anche per quello che ti tolgono.



Teresa Lallo ha un nutrito curriculum professionale, acquisito negli anni, con prestigiose compagnie teatrali: Checco Durante, Alfiero Alfieri, Bona la prima, Laboratorio Zelig di Bari e Zelig di Roma, Teatrale “Bambine cattive”. Ha collezionato riconoscimenti e premi per la sua bravura.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu